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Passione sotto il sole


di Remember_Me_Passion
03.02.2026    |    150    |    2 4.0
"Poi risalì, lasciando una scia di saliva lucida sull’asta, prima di tornare giù, più veloce questa volta, la mano che pompava la base mentre la bocca lavorava la parte superiore..."
l sole del pomeriggio avvolgeva le strade acciottolate del centro storico, tingendo di oro le facciate dei palazzi antichi e facendole brillare come se fossero ricoperte di polvere di stelle.
L’aria era calda, quasi appiccicosa, e portava con sé il profumo dolce dei gelati appena preparati e il sentore metallico delle fontane che zampillavano nelle piazzette nascoste.
Tra la folla che si muoveva pigra, lui camminava con una disinvoltura che attirava gli sguardi: alto, quasi un metro e novanta, con i capelli biondi che cadevano in ciocche morbide sulla fronte, leggermente arricciati dalle punte. Indossava una camicia bianca aperta sul petto, che lasciava intravedere un torace scolpito e abbronzato, e un paio di jeans attillati che aderivano alle cosce possenti. Il suo sorriso era contagioso, luminoso, e i suoi occhi azzurri sembravano riflettere il cielo stesso.
Fu allora che la vide.
Era seduta a un tavolino fuori da un bar, le gambe accavallate con eleganza, un vestito leggero di lino color avorio che si aggrappava alle sue curve generose come una seconda pelle.
I capelli biondi, lunghissimi, le scendevano lungo la schiena in onde setose, catturando la luce del sole e trasformandola in bagliori dorati. Quando sollevò lo sguardo, lui rimase ipnotizzato dai suoi occhi: verdi, profondi, con delle sfumature ambra che sembravano accendersi di fuoco quando incrociarono i suoi. Le labbra, carnose e leggermente dischiuse, erano dipinte di un rosso scuro che richiamava il vino, e il modo in cui si morse il labbro inferiore, quasi inconsapevolmente, fu sufficientemente provocante da fargli serrare le dita attorno al bicchiere che stringeva.
Non ci volle molto perché i loro sguardi si fondessero in un’intesa silenziosa, carica di promesse.
Lui si avvicinò con passo sicuro, sentendo già il calore che emanava da lei, un misto di profumo floreale e qualcosa di più primitivo, muschiato, che gli fece contrarre i muscoli dello stomaco.
«Posso offrirti qualcosa?» chiese, la voce bassa e vellutata, mentre si fermava accanto al suo tavolino.
Lei sollevò un sopracciglio, giocando con il bicchiere di cocktail che aveva davanti. «Dipende» rispose, la voce calda e leggermente roca, come se avesse appena svegliato da un sonno profondo.
«Cosa hai in mente?»
Lui si chinò leggermente, abbastanza da farle sentire il suo respiro sul collo, e quando parlò, le sue parole furono un sussurro che le accarezzò la pelle.
«Qualcosa che ti farebbe dimenticare il nome di questo posto.»
Un brivido le percorse la schiena, e lei non cercò nemmeno di nasconderlo.
Anzi, si sporse leggermente verso di lui, permettendogli di vedere la scollatura profonda del vestito, dove i seni, pieni e rotondi, sembravano sul punto di traboccare dalla stoffa.
I capezzoli, grossi e scuri, erano già duri, evidenti sotto il tessuto sottile, e lui non poté fare a meno di immaginare come sarebbero stati tra le sue labbra, gonfi e sensibili, pronti a essere morsi e leccati fino a farla gemere.
«Allora» disse lei, con un sorrisetto malizioso che gli fece venire voglia di strapparle quel vestito di dosso lì, in mezzo alla strada, «che aspetti?»
Non ci furono altre parole.
Lui le porse una mano, e quando lei la prese, le loro dita si intrecciarono come se si conoscessero da sempre.
Senza fretta, ma con una determinazione che non ammetteva obiezioni, lui la guidò attraverso le viuzze strette, lontano dagli sguardi curiosi, fino a un piccolo appartamento che aveva affittato per il weekend, nascosto sopra una bottega di artigiani.
La porta si chiuse alle loro spalle con un click definitivo, e per la prima volta da quando si erano incontrati, rimasero soli.
L’atmosfera nella stanza era elettrica.
Lui la spinse delicatamente contro il muro, e lei vi adagiò la schiena con un sospiro, mentre le sue mani si posavano sui fianchi di lui, sentendo i muscoli tesi sotto la camicia.
«Sei ancora sicuro di volermi offrire qualcosa?» chiese, la voce ora un filo più tremante, mentre le sue dita cominciavano a slacciare i bottoni della camicia di lui, uno dopo l’altro, rivelando il petto ampio e sudato.
Lui non rispose a parole. Invece, afferrò l’orlo del suo vestito e lo sollevò con un movimento rapido, scoprendo le cosce lisce e abbronzate. Non indossava mutandine.
La sua figa era completamente depilata, le labbra carnose e umide, già gonfie di desiderio, e il clitoride sporgeva, grosso e turgido, come un piccolo bottone rosa scuro che chiedeva solo di essere succhiato.
Lui emise un grugnito basso, quasi animalesco, e si inginocchiò davanti a lei, le mani che le afferravano i glutei sodi, tirandola verso di sé.
«Dio, sei già bagnatissima» mormorò, prima di sprofondare il viso tra le sue cosce.
Il primo contatto della sua lingua fu un fulmine. Lui la leccò dal basso verso l’alto, con un movimento lento e deliberato, come se volesse memorizzare ogni centimetro di lei.
La punta della lingua si attardò sul clitoride, tracciandone i contorni prima di avvolgerlo completamente, succhiandolo con una pressione che la fece inarcare contro il muro. Le sue mani si aggrapparono ai capelli di lui, stringendoli tra le dita mentre un gemito le sfuggiva dalle labbra, profondo e rotto.
«Cazzo, sì… proprio lì» ansimò, spingendo i fianchi in avanti, offrendosi senza pudore.
Lui non aveva intenzione di essere gentile.
Le labbra si chiusero attorno al suo clitoride, succhiando con forza mentre due dita affondavano dentro di lei, curvandosi per trovare quel punto sensibile che la fece gridare.
Era stretta, bagnata, i muscoli interni che si contraevano attorno alle sue dita come se volessero trattenerle per sempre.
«Sei così stretta, tesoro» ringhiò contro la sua carne, la voce vibrante che le faceva tremare le gambe. «Immagino come stringerai il mio cazzo.»
Lei non rispose. Invece, con un movimento improvviso, si liberò dalla sua presa e lo spinse indietro, facendolo sedere sul divano di pelle nera che dominava la stanza.
«Adesso tocca a me» disse, gli occhi verdi che brillavano di una luce predatoria.
Lui non oppose resistenza.
Si sdraiò, le gambe aperte, mentre lei si posizionava tra di esse, le mani che già lavoravano sulla cintura dei suoi jeans. Quando li aprì, il suo cazzo saltò fuori, enorme e minaccioso, le vene sporgenti che pulsavano sotto la pelle tesa.
Era lungo, spesso, la punta già lucida di pre-sperma, e lei sentì un’ondata di calore tra le gambe al solo vederlo.
«Porca puttana» sussurrò, avvolgendo le dita attorno all’asta, sentendo il peso di lui nel palmo.
«È… enorme.»
«E tutto per te» rispose lui, con un sorrisetto compiaciuto, mentre lei si chinava, la lingua che usciva per leccare la goccia salata che scendeva lungo il fusto.
Il primo contatto fu enough per fargli serrare i pugni.
Lei lo prese in bocca con una lentezza tortuosa, le labbra strette attorno alla corona, la lingua che girava attorno al frenulo sensibile. Lui gemette, la testa che cadeva all’indietro, mentre lei cominciava a muoversi su e giù, prendendolo sempre più a fondo, la gola che si apriva per accoglierlo.
«Cazzo, sì… così, tesoro» ansimò lui, una mano che le affondava nei capelli, guidandola senza fretta.
«Prendilo tutto.»
Lei obbedì, le guance che si scavavano mentre lo ingoiava fino in fondo, sentendo la punta sfiorarle la gola.
Poi risalì, lasciando una scia di saliva lucida sull’asta, prima di tornare giù, più veloce questa volta, la mano che pompava la base mentre la bocca lavorava la parte superiore.
Lui non poteva resistere oltre.
Con un movimento brusco, la sollevò, facendola girare finché non fu lei a trovarsi sotto di lui, distesa sul divano, le gambe aperte e pronte.
«Adesso ti scopo come si deve» ringhiò, posizionandosi tra le sue cosce.
Ma prima di penetrarla, si chinò, prendendo uno dei suoi capezzoli tra le labbra.
Era grosso, scuro, già duro come una pietra, e quando lui cominciò a succhiarlo, lei inarcò la schiena, un grido strozzato che le usciva dalla gola.
«Dio, sì… non smettere…»
Lui non aveva intenzione di farlo.
Con una mano, frugò nella tasca dei jeans, tirando fuori due piccoli anellini di gomma nera. Senza perdere tempo, li fece scivolare attorno ai suoi capezzoli, stringendoli appena abbastanza da farle sentire il morso del lattice. «Così» disse, soddisfatto, mentre lei ansimava, i capezzoli ora ancora più gonfi e sensibili, il dolore che si mescolava al piacere in un modo che la faceva impazzire.
«Ti prego… ho bisogno di te dentro di me» supplicò, le unghie che gli graffiavano le spalle.
Lui non si fece pregare due volte.
Si posizionò all’entrata della sua figa, la punta del cazzo che sfiorava le labbra bagnate, e poi affondò in un solo, potente colpo.
Il grido che le uscì fu quasi disumano.
Era piena, troppo piena, il suo cazzo che la dilatava in un modo che sfiorava il dolore, ma era esattamente ciò che voleva.
Lui cominciò a muoversi, le spinte lunghe e profonde, ogni affondo che la faceva scivolare sul divano, i seni che rimbalzavano ad ogni colpo, gli anellini che oscillavano, aumentando la sensazione.
«Sei così stretta, cazzo» ringhiò lui, le mani che le afferravano i fianchi, lasciandovi dei segni rossi.
«E così bagnata… senti come goccioli su di me.»
Lei non poteva rispondere.
Era troppo occupata a gemere, le unghie che si conficcavano nella pelle del divano, mentre lui la prendeva con una forza che la faceva sentire viva come mai prima.
Poi, senza preavviso, lui si ritirò, lasciandola vuota e tremante.
«Girati» ordinò, la voce roca.
Lei obbedì istintivamente, mettendosi a quattro zampe, il culo alto e offerto, ancora tremante per l’orgasmo che sentiva montare.
Lui non perse tempo.
Spalmò un po’ della sua saliva sul buco stretto del suo ano, poi premette la punta del cazzo contro l’anello di muscoli tesi.
«Respira» le disse, mentre cominciava a spingere, lentamente, inesorabilmente.
Il bruciore fu intenso, ma poi svanì, sostituito da una sensazione di pienezza che la fece gemere.
«Cazzo… è troppo» ansimò, ma lui continuò a spingere, finché non fu completamente dentro di lei, le palle che le sfioravano il clitoride.
«Adesso ti scopo il culo come meriti» ringhiò, prima di cominciare a muoversi, le spinte inizialmente lente, poi sempre più forti, finché la stanza non fu riempita solo dal suono dei loro corpi che si scontravano, dai gemiti rotti di lei e dai ringhi animali di lui.
Quando venne, fu con un urlo, il corpo che si irrigidiva mentre il suo sperma le riempiva le viscere, caldo e denso.
Lei lo seguì poco dopo, il clitoride che pulsava sotto le dita di lui, che lo aveva preso a strofinare con furia mentre la penetrava, facendola esplodere in un orgasmo che le fece vedere le stelle.
Collassarono insieme sul divano, sudati e ansimanti, i corpi ancora uniti, le mani che si cercavano come se avessero paura di perdersi.
Lui le sfilò delicatamente gli anellini dai capezzoli, ora arrossati e ipersensibili, e lei gemette piano al contatto.
«Credo» ansimò lui, tra un bacio e l’altro sul suo collo.
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